Dal limite alla trasformazione. Devianza, vulnerabilità e resilienza nel governo dell’incertezza

Autori

  • Gianpasquale Preite Università del Salento

DOI:

https://doi.org/10.15162/2240-760X/2443

Parole chiave:

Devianza, Vulnerabilità, Resilienza, Limite, Giustizia relazionale, Deviance, Vulnerability, Resilience, Limit, Relational justice

Abstract

Nel senso comune e nel discorso pubblico, la devianza è spesso interpretata come una rottura della ciclicità dell’ordine sociale, una frattura che incrina la regolarità del tempo collettivo, introduce spazi di incertezza nella sicurezza condivisa, e in quanto indice di emergenza, destabilizza regimi di moralità e libertà e mette in questione le tecniche di governo dell’ordinario.  Qualificare un comportamento come deviante significa esporre un punto di tensione dell’ordine che, nel difendersi, ne rende visibili i limiti. In questo scenario prende forma la resilienza come pratica trasformativa in grado di ridefinire il rapporto tra norma, soggetto e istituzione. Le scienze sociali hanno evidenziato che la devianza funziona come uno specchio che restituisce alla società l’immagine dei propri confini simbolici e, insieme, la loro precarietà, rivelando il lavoro continuo di produzione della normalità e della legittimità. Al centro si colloca la vulnerabilità come esposizione al danno e, insieme, tessitura di relazioni, dipendenze istituzionali e responsabilità condivise. Ontologica e relazionale, la vulnerabilità decostruisce il mito dell’autosufficienza e restituisce centralità alle interdipendenze, chiamando la politica a trasformare l’esposizione in garanzia e riconoscimento. In questo orizzonte, la resilienza assume la contingenza come spazio generativo di nuove forme di vita. Essa tiene insieme vulnerabilità e potenza, trasforma il limite in risorsa, il trauma in passaggio e la crisi in occasione di ridefinizione del sé e del legame sociale, operando come politica dell’esistenza capace di reinventare istituzioni e ridefinire i confini tra lecito e illecito, inclusione ed esclusione. Devianza, vulnerabilità e resilienza condividono così la stessa logica del limite: la prima lo espone, la seconda lo istituisce, la terza lo trasforma in possibilità. In questo quadro, politica e diritto non possono più fondarsi su una normalità fissa e autoreferenziale, ma sono chiamati ad assumere la trasformazione come principio strutturale del loro operare. Nel tempo dell’incertezza, una democrazia all’altezza del presente deve saper ascoltare la devianza, abitare la vulnerabilità e orientare la resilienza. È nell’intreccio di queste tre dimensioni che il limite cessa di essere una semplice restrizione e diviene condizione concreta attraverso cui può prendere forma l’idea stessa di giustizia.

 

In common understanding and in public discourse, deviance is often interpreted as a rupture in the cyclical nature of social order, a fracture that disrupts the regularity of collective time, introduces spaces of uncertainty into shared security, destabilises regimes of morality and freedom, and calls into question the techniques through which the ordinary is governed. To qualify a behaviour as deviant means to expose a point of tension within the order which, in defending itself, reveals its own limits. Within this scenario, resilience takes shape as a transformative practice capable of redefining the relationship between norm, subject and institution. Social sciences have shown that deviance functions as a mirror, reflecting back to society the image of its own symbolic boundaries and, at the same time, their precariousness, revealing the continuous work involved in producing normality and legitimacy. At the centre stands vulnerability, understood both as exposure to harm and as the weaving together of relationships, institutional dependencies and shared responsibilities. Both ontological and relational, vulnerability deconstructs the myth of self-sufficiency and restores centrality to interdependence, calling politics to transform exposure into guarantee and recognition. Within this horizon, resilience assumes contingency as a generative space for new forms of life. It holds together vulnerability and potential, transforms limitation into resource, trauma into transition, and crisis into an opportunity for redefining both the self and the social bond, operating as a politics of existence capable of reinventing institutions and redefining the boundaries between licit and illicit, inclusion and exclusion. Deviance, vulnerability and resilience thus share the same logic of the limit: the first exposes it, the second institutes it, the third transforms it into possibility. Within this framework, politics and law can no longer be grounded in a fixed and self-referential normality, but are instead called upon to assume transformation as a structural principle of their operation. In an age of uncertainty, a democracy adequate to the present must be able to listen to deviance, inhabit vulnerability and orient resilience. It is in the interweaving of these three dimensions that the limit ceases to be a mere restriction and becomes the concrete condition through which the very idea of justice can take shape.

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Pubblicato

2026-03-04