Call for papers

Deadlines:

Abstract (500 words): 8 March 2021                          Guidelines submission

Notification of acceptance: 6 April 2021

Article submission: 14 June 2021                                        Guidelines submission

Publication: 30 November 2021

Length of articles: max 7000 words

To submit an article write to : rivista.echo@uniba.it 


  • Cinque sezioni: SAGGI; FOCUS, sezione dedicata ai laureati o ai dottorandi;  RECENSIONI; "ECHI DA BABELE";
  • Il contributo dovrà essere introdotto da un abstract in inglese (300 parole); Keywords in inglese (5); breve Bio;
  • Gli articoli della SAGGI dovranno essere di 6000 massimo 7000 parole bibliografia inclusa, mentre gli articoli per la sezione "Focus" dovranno essere di 15.000-20.000 caratteri spazi inclusi ed inclusa la bibliografia.



 ECHO – Rivista Interdisciplinare di Comunicazione. Linguaggi, culture, società

CFP numero 3/2021


Lo statuto dell’immagine nel XXI secolo: schermi, rappresentazioni, sparizioni

 

Gettate in una condizione di riproducibilità tecnologica radicale (Benjamin 1936; Greenfield 2017), le immagini del XXI secolo richiedono d’essere costantemente interpretate poiché viaggiano e galleggiano in un flusso di traduzione di significati permanente. Sia quando si rendono disponibili e già schierate nella panoplia (Baudrillard 1981) degli schermi del quotidiano, sia allorché si offrono ad una manipolazione senza fine che investe sempre più in profondità la rappresentazione del soggetto e dell’Altro.

Gli ultimi due secoli si prestano ad una genealogia e teoria di superfici atte alla visione, dalla nascita della fotografia e dello schermo cinematografico nel XIX – “ultima meraviglia del mondo civilizzato”, secondo Vlad nel film Dracula di Bram Stoker (Coppola 1992), o “disfatta di un secolo condannato alla replica per eccellenza”, secondo la provocazione di Carmelo Bene sulla finzione del linguaggio filmico (Bene-Dotto 2015); fino agli schermi interattivi del nuovo Millennio che riconfigurano tanto la percezione dell’occhio, quanto lo sguardo stesso delle macchine della visione (Manovich 2001, Mitchell 2005, Casetti 2015; Videodrome 1982, Black Mirror 2011- in corso): il potere di seduzione delle immagini si riconferma e amplifica ad ogni nuova tecnica che ne permette la circolazione incontrollabile e spesso virale. La stessa capacità di archiviare immagini del vissuto quotidiano in tempo reale sta modificando e incrinando il significato del “ricordo” in termini fotografici tradizionali (Van Dijck 2007), soppiantato dalla sua digitalizzazione ed esternalizzazione, così come il rapporto dei soggetti con la Storia e con il passato (cfr. hauntology: Fisher 2014, Derrida 1993).

La potenza del falso (Deleuze 1985, De Gaetano 1996) e il patto finzionale (Eco 1994) rivolti a spettatori e lettori, negli ultimi venti anni hanno investito anche le immagini non cinematografiche: fotogiornalismo, meme, deep fake con lip-synch, docu-fiction e fictionary, l’impero di Instagram e il porno online (Attimonelli, Susca 2016) insieme a numerosi altri linguaggi audio/visuali travolti dalla polarizzazione vero-falso, richiedono costante verifica, debunking, fact checking per il ripristino dell’attendibilità e/o della reputazione contro la diffamazione personale. Tali pratiche nel contesto di una epidemia visuale (La Rocca 2018) divengono sempre più complesse, come quella di risalire ai metadata di un’immagine (Carta di Roma 2017) o quelle volte a pretenderne l’oblio e la cancellazione.

La riflessione sul ruolo dell’immagine nei contesti comunicativi contemporanei, infatti, non si limita all’inedita portata tecnologica della sua ubiquità, persistenza o diffusione, ma si estende anche all’esperienza dell’assenza. L’azione coordinata dei pubblici connessi (boyd 2014) sembra trovare forme spontanee, rapide, affettive (Papacharissi 2015) di governo dell’immaginario le quali, anche attraverso il silenzio, la cancellazione e l’oblio, ambiscono a modellare nuove sensibilità. La cancel culture, ad esempio, aggrega pratiche di responsabilità discorsiva (Clark 2020) che invocano l'eliminazione di una presenza mediata dalle immagini come reazione ai supposti comportamenti tossici, azioni discriminatorie, ideologie violente da esse veicolati. Il movimento #BlackLivesMatters, mette sotto accusa icone e monumenti simbolici, fotografici e cinematografici dedicati a periodi e personaggi storici che hanno promosso la schiavitù e favorito il processo della colonialità del potere (Quijano 2007), rilanciando in tutto il mondo gli interrogativi sull’opportunità di continuare a celebrare nello spazio pubblico immagini che impongono una commemorazione selettiva (Tota, De Feo 2020) di significati dolorosi o controversi. In modo analogo per ciò che investe l’ambito della reputazione, della sfera sessuale, della privacy, s’incentiva il call-out – nel solco di #meToo – su personaggi pubblici accusati di molestie, oggetto di defollowing, boicottaggio, licenziamento, ritiro degli sponsor, allontanamento dagli schermi, body shaming.
Tali operazioni, a fronte dell’empowerment di gruppi tradizionalmente marginalizzati (Ng 2020), sembrano esporsi al rischio di concentrare le rivendicazioni sui comportamenti individuali piuttosto che sui fattori sistemici e di inoculare dogmatismo, ipersemplificazione e polarizzazione del dibattito pubblico indebolendolo “a favore del conformismo ideologico” (Harper’s Magazine 2020), come dichiarato nell’appello firmato da 150 scrittori statunitensi.

Lo sfaccettato spettro rende urgente una riflessione vasta sulle condizioni nelle quali si vengono a trovare le immagini; lancia una sfida multidisciplinare affinché i linguaggi della comunicazione intercettino la molteplicità degli esiti di tali scenari poiché, nel difficile equilibrio tra vendetta e giustizia, verità e falsità, venga restituita anche la complessità degli orizzonti teorici e interpretativi.

In tal senso si auspicano sguardi e approcci capaci di investigare i contesti che favoriscono il proliferare di questi fenomeni e di attraversare la cultura visuale con prospettive mutuate dalle scienze della comunicazione: mediologia, sociologia dei processi culturali, screen e film studies, digital studies, semiotica dei media, sociologia visuale, letterature comparate, sociolinguistica, fashion studies, filosofie del linguaggio, translation studies, studi culturali, digital humanities.

Senza pretesa di esaustività, la presente call for papers è rivolta a proposte di contributi che affrontino la questione dell’immagine veicolata dalle reti sociali o in altri luoghi e tramite differenti dispositivi, grazie a linguaggi diversificati (dalle serie televisive ai documentari, dai film ai videoclip, dai notiziari alle stories, dai meme alle foto dei profili, ecc.) in merito a temi, quali, ad esempio:

 

  • Immagine e riproducibilità digitale del sé: usi e riappropriazioni dei nuovi pubblici, potere e affordances delle piattaforme, estetiche dei profili e iconografie delle stories (Instagram, Tik Tok, Snapchat…).
  • Immagine, veridizione e fake: superamento e polarizzazione della distinzione vero/falso (ad es. deep fake, revenge porn e il caso di Telegram); la moderazione algoritmica delle immagini operata dalle piattaforme (Gillespie 2016); il circolo vizioso tra contenuti fake, personalizzazione della fruizione e calo di fiducia nei mediatori istituzionali (Gili, Maddalena 2017).
  • Augmented memoria, privacy, ricordi: l’evoluzione del ricordo fotografico alienato dal sé e archiviato in albi di famiglia elettronici; supporti, media e dispositivi (Pinotti, Somaini 2016) unitamente a memorie esterne e archivi digitali concorrono all’accumulazione di immagini del vissuto individuale, passibili di interesse voyeuristico altrui (ad es. Ricordi Pericolosi-The Entire History of You, BM S1E3, 2011).
  • Iconoclastia d’oggi: contraddizioni e cortocircuiti simbolici tra storia, identità, genere e memoria (es. immagini, statue e icone come ferite coloniali: i casi di Cristoforo Colombo, Cecil Rhodes, Mahatma Gandhi, Abraham Lincoln, Indro Montanelli…).
  • Arte e guarigione decoloniale: dall’estetica all’estesica.
  • Ipotesi, opportunità e modalità di reintroduzione o ricontestualizzazione di prodotti audiovisuali di culto dopo la loro cancellazione (es. il disclaimer prima di Via col Vento su Hbo; The Birth of a Nation nel montaggio/remix di Dj Spooky che diviene Rebirth of a Nation, ecc; le modifiche alla statua di Edward Colston a Bristol proposte da Banksy).
  • Arte e artivismo, immagine e attualità, limiti e demeriti dell’autore e immortalità dell’opera (es. la rimozione dell’installazione Untitled, 2020 di Saul Fletcher a Venezia dopo il femminicidio perpetrato dall’artista).
  • Nel solco di #meToo: vicende controintuitive quali il caso Weinstein-Argento, Kevin Spacey, #CancelNetflix dopo la pubblicazione della locandina di Cuties/Mignonnes.
  • Iconografia pubblicitaria e diversity marketing: body positivity; pink / rainbow washing al fine di fidelizzare la comunità LGBTQUI a brand altrimenti percepiti ad orientamento eteronormativo (es. caso Ikea per le coppie omosessuali).

 

Riferimenti bibliografici

  • Alloula M. (1981), The Colonial Harem, University of Minnesota Press, Minneapolis 1986.
  • Attimonelli C., Susca V., Pornocultura. Viaggio in fondo alla carne, Mimesis, Milano 2016.
  • Barthes R., L’ovvio e l’ottuso. Saggi ciritci III, Einaudi, Torino 1985.
  • Baudrillard J., Simulacres et simulations, Galilée, Parigi 1981.
  • Bene C., Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani, Milano 2015.
  • Benjamin W. (1936), L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 2011.
  • Bouvier G. 2020, « Racist call-outs and cancel culture on Twitter: The limitations of the platform’s ability to define issues of social justice », Discourse, Context & Media, 38, 431-441.
  • boyd d., It’s Complicated. The Social Lifes of Networked Teens, Yale UP, New Haven 2014.
  • Casetti F., La Galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene, Bompiani, Milano 2015.
  • Clark M. D. 2020, « Drag Them: A brief etymology of so-called “cancel culture” », Communication and the Public, october, 1–5.
  • De Gaetano R., Il cinema secondo Gilles Deleuze, Bulzoni, Roma 1996.
  • Deleuze G., Guattari F., Mille Plateaux. Capitalisme et Schizofrenie, Les Éditions de Minuit, Parigi 1980.
  • Derrida J.  (1993), Spettri di Marx, Raffaello Cortina, Milano 1994.
  • Eco, U., Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano 1994.
  • Fisher M. (2014), Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, Nero Edizioni, Roma 2019.
  • Gili G., Maddalena G. (2017), Chi ha paura della post-verità, Bologna, Marietti
  • Gillespie, T. (2016), Custodians of The Internet, London, Yale UP
  • Greenfield A., Tecnologie radicali. Il progetto della vita quotidiana, Torino, Einaudi, 2017.
  • Harper’s Magazine, A Letter on Justice and Open Debate 2020.
  • La Rocca F. (a cura di), Epidemia visuale. La prevalenza delle immagini e l’effetto sulla società, Ed. Estemporanee, Roma 2018.
  • Manovich L. (2001), Il linguaggio dei nuovi media, Milano, Olivares, 2002.
  • Micthell W. J., What Do Pictures Want?: The Lives and Loves of Images, University of Chicago Press, Chicago 2005.
  • Ng E. 2020, « No Grand Pronouncements Here...: Reflections on Cancel Culture and Digital Media Participation », Television & New Media, Vol. 21(6), 621–627,.
  • Pinotti, A. Somaini, A., Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi, Einaudi, Torino 2016.
  • Papacharissi, Z., Affective Publics, Oxford UP, New York 2015.
  • Quijano A. 2007, “Coloniality and modernity/rationality”, Cultural Studies 21, Taylor and Francis, London, pp. 168-178.
  • Tota, A. L., De Feo A., Sociologia delle arti. Musei, memoria e performance digitali, Carocci, Roma 2020.
  • van Dijck, J. (2007), Mediated Memories in the Digital Age, Stanford, CA: Stanford University Press.

 

 

ECHO – Interdisciplinary Journal of Communication Languages, Cultures, Societies

CFP issue no. 3/2021

 

The statute of imagery in the twenty-first century: screens, representations, disappearances

 

Cast into a state of radical technological reproducibility (Benjamin 1936; Greenfield 2017), the images of the twenty-first century constantly need to be interpreted as they travel and float in a flow of permanent translation of meanings. Both when they are made available, all lined up in the panoply (Baudrillard 1981) of our everyday screens and when they are offered up to the never-ending manipulation process which affects the representation of the subject and of the Other in ever greater depth.

The last two centuries lend themselves to a genealogy and theory of surfaces for viewing purposes, from the birth of photography and the cinema screen in the nineteenth century – “a wonder of the civilised world,” according to Vlad in the film Bram Stoker’s Dracula (Coppola 1992), or “the ruin of a century condemned to replication par excellence,” according to the provocative words of Carmelo Bene on the pretence of the filmic language (Bene-Dotto 2015); right up to the interactive screens of the new millennium, which reconfigure the perception of the through the use of gaze-tracking tools (Manovich 2001; Mitchell 2005; Casetti 2015; Videodrome 1982, Black Mirror 2011–ongoing): the seductive power of imagery is reconfirmed and enhanced with every new medium that promotes its uncontrollable and often viral circulation. The very capacity to archive images from our everyday life in real time modifies and alters the meaning of ‘memory’ in traditional photographic terms (Van Dijck 2007), replaced by its digitalisation and externalisation, and the same goes for people’s relationship with history and the past (cf. hauntology: Fisher 2014; Derrida 1993).

The power of the false (Deleuze 1985; De Gaetano 1996) and the fictional agreement (Eco 1994) that are aimed at spectators and readers have also affected non-cinematographic imagery over the last twenty years: photojournalism, memes, deep fakes with lip-sync, docufictions and fictionaries, the empire of Instagram and online porn (Attimonelli, Susca 2016) – along with numerous other audio/visual languages overwhelmed by the true-false polarisation – call for constant verification, debunking and fact-checking for the restoration of reliability and/or protection of people’s reputation against slander. Within the context of a “visual epidemic” (La Rocca 2018), such practices become ever more sophisticated, such as that of tracing back the metadata of an image (Carta di Roma 2017) or those practices aimed at demanding the removal and oblivion of certain images.

Indeed, the reflection on the role of imagery in contemporary communication contexts is not restricted to the unprecedented scale of technology and its ubiquity, persistence or diffusion, but it also extends to the experience of absence. The coordinated action of networked publics (boyd 2014) seems to find spontaneous, rapid, affective forms of image management (Papacharissi 2015), which even through silence, removal and oblivion, aim to shape new forms of sensitivity poised between the empowerment of marginalised groups (Ng 2020) and the risks of individualisation (Bouvier 2020), dogmatism and “hyper-simplification” (Harper’s Magazine 2020). Cancel culture, for example, brings together practices of discourse responsibility (Clark 2020) that invoke the elimination of a presence mediated through imagery as a reaction to purportedly toxic behaviour, discriminatory actions and violent ideologies conveyed by them. The #BlackLivesMatter movement targets icons and symbolic, photographic and cinematographic monuments dedicated to historical periods and figures who promoted slavery and the colonial power system (Quijano 2007), posing questions once more all around the world on the opportuneness of continuing to use public spaces to celebrate images that impose the selective commemoration (Tota & De Feo 2020) of painful or controversial significance. Likewise, where the field of reputation is concerned, of sexual molestation and privacy issues, the calling out is encouraged – following in the footsteps of the #meToo movement – of public figures accused of abuse, being subjected to defollowing campaigns, boycotting, firing, the loss of sponsors, banishment from screens and body shaming.

Such operations, in the face of the empowerment of traditionally marginalised groups (Ng 2020), seem to run the risk of concentrating their claims on individual behaviour rather than on systemic factors, and of promoting dogmatism, oversimplification and the polarisation of public debate, weakening such debate “in favor of ideological conformity” (Harper’s Magazine 2020), as declared in the appeal signed by 150 US writers.

The multifaceted spectrum calls for urgent and broad reflection on the conditions in which imagery is now to be found; it launches a multidisciplinary challenge for the languages of communication to intercept the multiplicity of the outcomes of such scenarios so that in the delicate equilibrium between vendetta and justice, truth and falsehood, the complexity of theoretical and interpretative horizons may also be restored. In this sense, outlooks and approaches capable of investigating the contexts that favour the proliferation of these phenomena and looking through visual culture with perspectives loaned from the communication sciences are welcomed: mediology, sociology of cultural processes, screen and film studies, digital studies, media semiotics, visual sociology, comparative literature, sociolinguistics, fashion studies, philosophies of language, translation studies, cultural studies and digital humanities.

Without any claim to completeness, the present call for papers is aimed at proposals for contributions that address the matter of the image as conveyed by social networks or other channels, and via various devices, via a range of languages (from TV series to documentaries, from film to music videos, from news bulletins to social network stories, from memes to propics, etc.) with regard to themes such as:

  • Imagery and the digital reproducibility of the self: customs and reappropriation of new audiences, the power and affordances of platforms, the aesthetics of profiles and the iconography of social-media stories (Instagram, Tik Tok, Snapchat…);
  • Imagery, veridiction and fakes: the overcoming and polarising of the true/false distinction (e.g. deep fake, revenge porn and the case of Telegram); the algorithmic moderation of imagery deployed by platforms (Gillespie 2016); the vicious circle between fake contents, personalisation of content fruition and the crumbling trust in institutional mediators (Gili & Maddalena 2017);
  • Augmented memory, privacy, recollections: the evolution of the photographic memory alienated from the self and archived in electronic family albums; supports, media and devices (Pinotti & Somaini 2016) coupled with external memories and digital archives contribute to the accumulation of images of individual existence, and potential material for the voyeuristic interest of others (e.g. “The Entire History of You,” BM S1 E3, 2011);
  • Contemporary iconoclasm: contradictions and symbolic short circuits between history, identity, gender and memory (e.g. imagery, statues and icons as colonial wounds: the cases of Christopher Columbus, Cecil Rhodes, Mahatma Gandhi, Abraham Lincoln, Indro Montanelli…);
  • Decolonial art and healing: from the aesthetic to the aesthesic;
  • Hypotheses, opportunities and modalities for the reintroduction or recontextualisation of audio-visual products of worship following their cancellation (e.g. the disclaimer prior to Gone with the Wind on HBO; The Birth of a Nation in the remix by DJ Spooky, which becomes Rebirth of a Nation, etc.; the modifications to the statue of Edward Colston in Bristol proposed by Banksy).
  • Art and artivism, imagery and current affairs, limits and demerits of the artist and the immortality of the artwork (e.g. the removal of the installation Untitled, 2020 by Saul Fletcher in Venice in the wake of the femicide perpetrated by the artist);
  • Following in the footsteps of #meToo: counterintuitive events such as the Weinstein-Argento case, Kevin Spacey, #CancelNetflix following the publication of the poster for Cuties/Mignonnes;
  • Advertising iconography and diversity marketing: body positivity; pink / rainbow washing with a view to loyalising the LGBTQUI community to brands otherwise perceived as being of heteronormative orientation (e.g. the case of Ikea for homosexual couples).

 

Bibliographical References

  • Alloula M. (1981), The Colonial Harem, University of Minnesota Press, Minneapolis 1986.
  • Attimonelli C., Susca V., Pornocultura. Viaggio in fondo alla carne, Mimesis, Milano 2016.
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  • Derrida J. (1993), Spettri di Marx, Raffaello Cortina, Milano 1994.
  • Eco, U., Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano 1994.
  • Fisher M. (2014), Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, Nero Edizioni, Roma 2019.
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  • Quijano A. 2007, “Coloniality and modernity/rationality”, Cultural Studies 21, Taylor and Francis, London, pp. 168–178.
  • Tota, A. L., De Feo A., Sociologia delle arti. Musei, memoria e performance digitali, Carocci, Roma 2020.
  • van Dijck, J. (2007), Mediated Memories in the Digital Age, Stanford, CA: Stanford University Press.

 

 

Le statut de l’image au XXIème siècle: écrans, représentations, disparitions

 

 Jetées dans une condition de reproductibilité technologique radicale (Benjamin 1936; Greenfield 2017), les images du XXIe siècle exigent d’être constamment interprétées car elles voyagent et flottent dans un flux de traduction de significations permanente, et ce, aussi bien lorsqu'elles se rendent disponibles et déjà déployés dans la panoplie (Baudrillard 1981) des écrans de la vie quotidienne, que lorsqu'elles s'offrent à une manipulation sans fin qui investit de plus en plus profondément la représentation du sujet et de l'Autre.

Les deux derniers siècles se prêtent à une généalogie et à une théorie de surfaces propices à la vision, depuis la naissance de la photographie et de l'écran de cinéma au XIXe siècle - "la dernière merveille du monde civilisé", selon Vlad dans le film Dracula de Bram Stoker (Coppola 1992), ou "la défaite d'un siècle condamné à la répétition par excellence", selon la provocation de Carmelo Bene sur la fiction du langage cinématographique (Bene-Dotto 2015); jusqu'aux écrans interactifs du nouveau Millénaire qui reconfigurent à la fois la perception de l'œil et le regard même des machines de la vision (Manovich 2001, Mitchell 2005, Casetti 2015 ; Videodrome 1982, Black Mirror 2011- en cours) : le pouvoir de séduction des images est de nouveau confirmé et amplifié à chaque nouvelle technique qui permet leur circulation incontrôlable et souvent virale. La capacité elle-même à archiver des images de la vie quotidienne en temps réel est en train de modifier et de miner la signification du "souvenir" selon les termes photographiques traditionnels, supplanté par sa numérisation et son externalisation, ainsi que le rapport des sujets avec l'Histoire et le passé (voir hauntology : Fisher 2014, Derrida 1993).

La puissance du faux (Deleuze 1985, De Gaetano 1996) et le pacte fictionnel (Eco 1994) destinés aux spectateurs et aux lecteurs, ont également investi, ces vingt dernières années, des images non cinématographiques :  photojournalisme,  mèmes, deep fake avec lip-synch ou synchronisation labiale, docu-fictions et fictions, empire Instagram et  porno en ligne (Attimonelli, Susca 2016) ainsi que de nombreux autres langages audio/visuels submergés par la polarisation vrai-faux, nécessitent une vérification constante, un debunking, un fast-checking, pour rétablir la fiabilité et/ou la réputation contre la diffamation personnelle. De telles pratiques dans le contexte d'une épidémie visuelle (La Rocca 2018) deviennent de plus en plus complexes, comme celle qui consiste à remonter aux métadonnées d'une image (Charte de Rome 2017) ou celles qui visent à exiger son oubli et sa suppression.

En effet, la réflexion sur le rôle de l'image dans les contextes de communication contemporains ne se limite pas à la portée technologique inédite de son ubiquité, de sa persistance ou de sa diffusion, mais s'étend également à l'expérience de l'absence. L'action coordonnée des publics connectés (boyd 2014) semble trouver des formes spontanées, rapides, affectives (Papacharissi 2015) de gouvernance de l'imaginaire qui, à travers le silence, l'effacement et l'oubli, visent à modeler de nouvelles sensibilités.

La cancel culture, par exemple, regroupe des pratiques de responsabilité discursive (Clark 2020) qui invoquent l'élimination d'une présence qui advient par le biais de les images en réaction aux comportements toxiques, aux actions discriminatoires et aux idéologies violentes  que celles-ci véhiculent.

Le mouvement #BlackLivesMatters met en cause des icônes et des monuments symboliques, photographiques et cinématographiques se référant à des périodes historiques et à des personnages qui ont promu l'esclavage et favorisé le processus de la colonialité du pouvoir (Quijano 2007), en relançant dans le monde entier les interrogations sur l'opportunité de continuer à célébrer dans l'espace public des images imposant une commémoration sélective (Tota, De Feo 2020) de significations douloureuses ou controversées. De même, concernant la réputation, le harcèlement sexuel et la vie privée, on encourage le call-out - dans le sillage de #meToo - sur des personnalités publiques accusées de harcèlement, objet de defollowing, de boycott, de licenciement, de retrait de sponsors, d'éloignement des écrans, de body shaming.

Ces opérations, face à l’empowerment de groupes traditionnellement marginalisés (Ng 2020) semblent s’exposer au risque de concentrer les revendications sur des comportements individuels plutôt que sur des facteurs systémiques et d’inoculer dogmatisme, hypersimplification et polarisation du débat public, en l’affaiblissant “en faveur du conformisme idéologique” (Harper s’Magazine 2020), comme il est déclaré dans l’appel signé par 150 écrivains américains.

Ce spectre aux multiples facettes rend urgente une vaste réflexion sur les conditions dans lesquelles se trouvent les images ; il lance un défi multidisciplinaire afin que les langages de la communication interceptent la multiplicité des résultats de ces scénarios car, dans le difficile équilibre entre vengeance et justice, vérité et mensonge, la complexité des horizons théoriques et interprétatifs est également rétablie.

En ce sens, on espère des regards et des approches capables d'étudier les contextes favorisant la prolifération de ces phénomènes et de traverser la culture visuelle avec des perspectives empruntées aux sciences de la communication : médiologie, sociologie des processus culturels, études de l'écran et du cinéma, études numériques, sémiotique des médias, sociologie visuelle, littératures comparées, sociolinguistique, études de la mode, philosophies du langage, études de la traduction, études culturelles, humanités numériques.

Sans prétendre à l'exhaustivité, ce présent call for papers est tourné vers des propositions de contributions qui puissent aborder la question de l'image véhiculée par les réseaux sociaux ou dans d'autres lieux et à travers différents dispositifs, grâce à des langages différenciés (des séries télévisées aux documentaires, en passant par les films, les clips vidéo, les journaux télévisés, les stories, les mèmes, les photos des profils, etc) sur des thèmes tels que, par exemple :

  • Image et reproductibilité numérique du soi: usages et réappropriations des nouveaux publics, pouvoir et affordances ou potentialités des plates-formes, esthétiques des profils et iconographies des stories (Instagram, Tik Tok, Snapchat…).
  • Image, véridiction et fake: dépassement et polarisation de la distinction vrai/faux (par ex. deep fake, revenge porn et le cas de Telegram); la modération algorithmique des images opérée par les plates-formes (Gillespie 2016); le cercle vicieux entre contenus fake, la personnalisation de l’utilisation des contenus et la baisse de confiance dans les médiateurs institutionnels (Gili, Maddalena 2017).
  • mémoire augmentée, vie privée, souvenirs: l'évolution de la mémoire photographique aliénée du soi et stockée dans les albums de famille électroniques; les supports, médias et dispositifs (Pinotti, Somaini 2016) ainsi que les mémoires externes et les archives numériques contribuent à l'accumulation d'images du vécu individuel, susceptibles de susciter l'intérêt voyeuriste d’autrui (par exemple Ricordi Pericolosi-The Entire History of You, BM S1E3, 2011).
  • Iconoclasme d'aujourd'hui : contradictions et courts-circuits symboliques entre histoire, identité, genre et mémoire (par ex. les images, statues et icônes comme blessures coloniales : les cas de Christophe Colomb, Cecil Rhodes, Mahatma Gandhi, Abraham Lincoln, Indro Montanelli...).
  • L'art et la guérison décoloniale : de l'esthétique à l'esthésie.
  • Hypothèses, possibilités et moyens de réintroduire ou de recontextualiser les produits audiovisuels cultes après leur suppression (par exemple, le disclaimer avant Autant en emporte le vent sur Hbo ; La Naissance d'une Nation dans le montage/remix de Dj Spooky qui devient Renaissance d'une Nation, etc. les modifications de la statue d'Edward Colston à Bristol proposées par Banksy).
  • Art et artivisme, image et actualité, limites et démérites de l'auteur et immortalité de l'œuvre (par ex. le retrait de l'installation Untitled, 2020 de Saul Fletcher à Venise après le féminicide perpétré par l'artiste).
  • Dans le sillage de #meToo : événements contre-intuitifs tels que l'affaire Weinstein-Silver, Kevin Spacey, #CancelNetflix après la publication de l'affiche Cuties/Mignonnes.
  • Iconographie publicitaire et marketing de la diversité (diversity marketing): body positivity; pink / rainbow washing afin de fidéliser la communauté LGBTQUI à des brands ou marques autrement perçues comme étant d’orientation hétéronormative (par ex. le cas Ikea pour les couples homosexuels).

 

Références bibliographiques

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